"Language is a virus..." "We must find out what words are and how they function. They become images when written down, but images of words repeated in the mind and not of the image of the thing itself." - W.S.B. -
![]()
JACKLORD: giovane 72enne appassionato di bluegrass
colleziono scatole vuote di fiammiferi, leggo solo libri di autori morti suicidi e non vedo film italiani con "amore" nel titolo.
jacklord in thierry henry ...
kitterlegnosky in thierry henry ...
1888
achab
calvin
carola
charles peterson
chinaski
coltrane
craig thompson
cynthiatowne
CZ
flor
fourphora
GIPI
janisblu
K
kitterlegnosky
la toby
maestro
mattotti
mimidef
Mr. E
nirnaeth
one whiskey
onecat
ozio continuo
pillow
requiem for a dream
salamander aka mainard
southern
stooge
sub pop
terryrip
touch & go
vertigoz
voltaire
si sono sparpagliate *loading* vacche nel guado
cazzo me ne frega, pensavo, mentre uscivo dal tribunale. io, quando il giudice giudica, penso alle offerte 3per2 del todis, anche se non sempre le cose in offerta sono buone, come la settimana scorsa quando c'era il 3per2 sulla pasta del capitano che per essere un dentrificio del terzo millennio fa veramente schifo. io, il dentifricio, non è che lo usi poi molto, però mi ci piace la pubblicità di acquafrésc, con le tre striscette colorate, e di solito compro quello anche se non c'è l'offerta 3per2. acquafrésc è buono di sapore. io, a volte, lo mangio anche senza usare lo spazzolino. pasta del capitano invece mi ricordo una volta l'ho assaggiato ed è salato, poi non ha le striscioline colorate come la bandiera dell'america. comunque, stavo pensando alle prossime offerte, che magari mettono il 3per2 sullo ricariche del trapano bléc en décher o sul detergente intimo ìnfasil che mi ci lavo le mani e poi le annuso quando mi manca la mia mamma, mentre camminavo appiccicato all'avvocato che intanto mi stava dicendo che no, ormai la situazione è insostenibile, non si guadagna più come una volta, e intanto scacciava, con un tintinnìo del ròlecs, un tipo africano che cercava di venderci dei calzini filo di scozia. forse se vendesse filo di nairobi, ho pensato io, sarebbe più credibile e venderebbe più calzini. magari nel giro di pochi anni diventerebbe il re del filo di nairobi, aprendo fabbriche di calzini italoafricani in tutto il mondo, perché l'italia è così, un paese che offre a tutti l'opportunità di costruirsi il futuro, che l'ho sentito alla tivvù lo diceva iva zanicchi che poi ha pure cantato una canzone sull'amore. io, con l'avvocato, dicevamo queste cose, e io annuivo, dicevo si è vero non è più come una volta, anche se io che cazzo ne so di come era una volta che due anni fa stavo ancora all'università a farmi le piste nei cessi di giurisprudenza, quando siamo entrati in un ristorante di lusso a piazza mazzini e l'avvocato mi ha detto non ti immagini chi è il proprietario di questo posto. io ho guardato le bottiglie di vino, messe tutte in fila sugli scaffali, e anche se non c'erano scritti i prezzi ho pensato che forse il proprietario del ristorante era lo stesso del todis, perchè le bottiglie erano allineate come le scatole di gamberetti nel reparto surgelati del discàunt. io, quando ci siamo seduti, ho ordinato la caprese, che è tricolore come acquafrésc ma è meglio perchè i colori sono biancorossoevverde, quelli dell'italia, che è il mio paese dove io mi ci voglio costruire il futuro. quando la cameriera è arrivata coi piatti e io ero concentrato a studiare la disposizione del basilico, ho sentito l'avvocato dire eccolo quì, il proprietario. quando ho alzato gli occhi ho visto giucas casella che mi sorrideva e allungava una mano per salutarmi. io ho lanciato un urlo e gli ho detto col cazzo che ti guardo, coglione maniaco, non riuscirai a ipnotizzarmi per farmi fare la figura dello stronzo davanti ai clienti e all'avvocato, che l'ho visto in tivvù quando a domenica in faceva mettere le persone addormentate in posizioni ridicole. giucas e l'avvocato sono rimasti interdetti, forse pensavano che stessi scherzando, ma io non potevo fare una figura di merda ipnotizzato, che mi stavo giocando il mio futuro, e allora ho tirato fuori la penna stilografica che mi hanno regalato per la laurea e mi sono avventato su giucas mirando agli occhi, mentre schizzi di inchiostro nero volavano via dalla penna. quando l'ho colpito ho dato uno strattone con la mano e l'occhio di giucas è saltato via con uno schiocco umido. c'era gente che urlava, i camerieri mi hanno bloccato e giucas con la faccia imbrattata di sangue si contorceva per terra urlando. io ho pensato provaci adesso a dire guardami, quando te lo dico io o un'altra di quelle cose che diceva ai poveri cristi addormentandoli da mara venier. poi deve essere arrivata la polizia e mi stavano portando via quando ho visto l'occhio di giucas su una macchia di inchiostro nel piatto della mia caprese. e mi è dispiaciuto, perchè sotto quella bandiera nera, c'era il colore del mio paese, il colore del mio futuro.
dell'arte, del subbuteo e di altre facezie.
io, quando stavo alle medie, gioventù bruciata non era niente, al confronto. ce ne sarebbero di episodi ma quelli più gravi non li posso dire che poi se li legge mia mamma smette di dire che sono bello e io finisco ad agitare le zampette poggiato sul dorso senza nessuno che mi rigira dalla parte giusta. finisco schiacciato, anche. per rendere l’idea è sufficiente citare il famoso episodio dello stronzo in prima pagina. su repubblica per giunta, mica su uno di quei giornalacci locali che pubblicano notizie assurde tipo pecora stupra lupo ma rimane incinta del messia o previti è innocente. oltre me, implicati nella sordida vicenda abbiamo il tipico ragazzino sfigato perseguitato da tutti, grassottello e imbranato (non fraintendete, ho detto oltre me, io poi grassottello non lo sono mai stato), che chiameremo per comodità quattrocchi e il tipico ragazzino incazzoso e violento, 3 anni più grande dei suoi compagni di classe (non fraintendete, oltre me è sottinteso, io poi 3 anni più grande di qualcuno non lo sono mai stato), che chiameremo per comodità funnygames. io, quattrocchi, funnygames e altri ragazzini a modo di roma centro eravamo soliti recarci all’uscita di scuola in via condotti, dove ci esibivamo in una performance da artisti di strada. dopo aver opportunamente riempito un sacchetto di carta di insalata russa, uno di noi, di solito io, faceva finta di sentirsi male e di vomitare nel suddetto sacchetto, poi gli altri accorrevano e ne mangiavano il contenuto sotto gli occhi dei passanti solitamente stupefatti da tale maturità artistica in un gruppo di ragazzini in così tenera età. era un po’ però che questo gioco ci veniva a noia. un pomeriggio a casa mia, insieme a quattrocchi e funnygames, venne fuori una nuova idea, consistente nell’appiccare il fuoco a un involucro di carta pieno di merda, opportunamente messo davanti alla vetrina di un negozio. il proposito era quello di coinvolgere un commesso nelle nostre performances, costringendolo a pestare l’involucro per spegnere le fiamme. un esperimento di arte interattiva, insomma. funnygames si offrì di mettere a disposizione la materia prima, e fece uno stronzo di proporzioni considerevoli in una prima pagina di repubblica all’uopo predisposta. dopo aver riposto l’involucro fuori al terrazzo, in attesa che funnygames lo portasse via per custodirlo fino al suo utilizzo previsto per l’indomani, ci dedicammo ad altre amenità, tra cui il subbuteo e la tortura. dopo una veloce partita, avevamo avvolto il corpo pingue di quattrocchi in un tappeto, e mentre funnygames lo pungeva attraverso la stoffa persiana con la punta di un compasso, io alzavo il volume della radio per coprire le urla. a un certo punto la cosa deve esserci sfuggita di mano, perché funnygames decise di andarsene, non prima però di aver sigillato quattrocchi nel tappeto con lo scotch da pacchi e di avermi legato stretto ad una sedia con una prolunga. il problema non è stato tanto quando mio nonno è tornato a casa e ci ha liberati, e neanche quando quattrocchi se ne è andato in lacrime. il vero problema è nato dopo, la sera, quando chiudendo le persiane per andare a dormire mi sono accorto che funnygames aveva lasciato fuori al mio terrazzo l’involucro di merda. io, quei pochi passi attraverso il salone di casa mia con i miei che guardavano la tv, mentre mi dirigevo verso la spazzatura con l’opera d’arte in mano nascosta sotto la maglietta, mi sono sembrati lunghi chilometri. e lì ho capito il vero significato dell’arte, quando l’opera trascende l’autore per diventare immortale.
- ...che poi, - disse lei senza nessuna convinzione, - penso che il motivo principale per cui fumo sia la noia.
Io avevo 75 € di sugar brown comprata da uno studente di legge identico a Giovanni Floris che mi passeggiava nelle vene, e facevo fatica a tenere gli occhi aperti. Fossilizzavo l’attenzione su brevi squarci del suo discorso senza riuscire a seguirne il filo e comunque mi stavo domandando se lei volesse portarmi a letto. Il locale era lungo ma angusto, faceva caldo e io cercavo inutilmente di mascherare il fatto che stavo sudando e probabilmente ero sul punto di svenire.
- mi sono resa conto, - ha continuato, - che il momento in cui mi accendo una sigaretta rappresenta per me un modo infantile di riempire un vuoto, di sentirmi completa.
- hai speso 250 € di analista per scoprirlo? - ho chiesto con tono di voce vago mentre bevevo a piccoli sorsi una tuborg alla spina in un bicchiere di plastica opaco. In attesa che i Teenage Fanclub iniziassero a suonare, dalle casse veniva fuori una sorta di rock latinoamericano, mentre un tipo sulla cinquantina vestito con jeans e una polo scura aderente toccava in continuazione i comandi del mixer, spesso facendosi luce con un accendino e indossando e sfilandosi frenetico un paio di cuffie troppo grandi. Mi accorsi che sul ripiano del mixer c’era un foglio di carta su cui con un pennarello verde era segnata quella che doveva essere la scaletta del concerto, ma non riuscivo a distinguere i titoli delle canzoni. Improvvisamente fui preda di un momento di cristallina lucidità, come se la realtà si fosse di colpo riconnessa con la mia mente e tornai a guardare le sue labbra traslucide che si dischiudevano muovendosi a velocità folle.
- la noia ci circonda da tempo, - stava dicendo, - come una mosca insistente, e ho scoperto che posso scacciarla contando le macchioline chiare che adornano i filtri delle chesterfield ogni volta che mi accendo una sigaretta.
- la noia – mi sorpresi a dire - è una calamita bianca e nera attaccata a un frigorifero.
Mi stavo infilando gli occhiali per riuscire a distinguere le verdi scritte sul quel foglio inchiodato al mixer. Ma prima di riuscire a definire l’immagine che stavo mettendo a fuoco ripiombai nella nebbia e mi ritrovai di nuovo abbandonato nel torpore. Mi persi in un flash di me bambino intento a leggere un fumetto in cui il protagonista chiedeva alle persone che stava per uccidere se i leopardi avessero le macchie anche negli occhi. Poi ero seduto sul bordo della vasca da bagno con mio padre accanto che mi pettinava con forza i capelli utilizzando il phon e una spazzola con il corpo di metallo, scottandomi la testa. Poi ero in piedi sulle mattonelle a scacchi bianchi e azzurri di un terrazzo, a piangere perché avevo scoperto che mio padre copriva le lumache con un pugno di sale solo perché era in grado di farlo.
- la birra è finita – disse lei all’improvviso strappandomi via dal quel vortice di polaroid del passato. Trascorse un lasso di tempo che a me sembrò lunghissimo, prima che riuscissi a guardare il bicchiere che lei aveva indicato con un gesto impercettibile del mento e che io tenevo in mano, continuando a portarlo alla bocca con movimenti compulsivi. Fui assalito da un’onda di tristezza quando mi accorsi che era vuoto e che la mia stretta aveva provocato una lunga crepa sfumata nella plastica. Quando ho rialzato lo sguardo, vacuo e imbarazzato, lei semplicemente non c’era più. Per un attimo fui sollevato, poi mi resi conto che i Teenage Fanclub avevano iniziato a suonare. Cercai di concentrarmi sulla musica, di rilassarmi, ma le vibrazioni dei bassi stavano toccandomi un punto dietro lo sterno dandomi l’impressione di ondeggiare, quasi di affogare. Annaspai gesticolando con le mani, e fu in quel momento, mentre cercavo un appiglio per non andare completamente in pezzi, che gli strumenti del gruppo diventarono molli. Colavano in forme oblunghe, morbide ed irregolari, dalle mani dei musicisti, come orologi in un quadro di Dalì. Indietreggiai insicuro fino a quando non mi trovai con la schiena appoggiata al mixer. Mi girai sconvolto e vidi che l’uomo con le cuffie mi fissava sorridendo, come se mi conoscesse, porgendomi con aria che mi sembrò lasciva e indifferente allo stesso tempo, il foglio sgualcito. Lo afferrai di scatto, quasi sopraffatto da quella sensazione di insana familiarità, e mi precipitai correndo fuori dal locale. L’impatto con l’aria fredda mi provocò una scarica di endorfine colme di paura. Mi passai le mani ancora sudate sui pantaloni e posai gli occhi sul foglio. Non era la scaletta del concerto. In una grafia incerta come quella di un bambino, poche parole erano tracciate con inchiostro verde sbiadito. ”La maschera che indossi per celare al mondo il tuo essere è trasparente. E stai diventando il tuo peggior nemico”. Poi sopraggiunse una fitta lancinante allo stomaco, veloce come una scossa elettrica, che mi lasciò piegato in due a vomitare aria, mentre attraverso il muro del locale continuavo a sentire la voce ovattata del chitarrista che cantava in modo ripetitivo it’s all in my mind, it’s all in my mind.